Il 6 aprile, nei prati della Canera, ci siamo immersi in un’esperienza che ci ha legati ancora una volta alla terra, praticando l’arte dell’innesto. Per la prima volta, ci siamo cimentati in questa antica pratica, che permette di moltiplicare le piante e ottenere nuove varietà di frutti, con l’obiettivo di migliorarne la qualità, il sapore e la dimensione. Un gesto semplice ma carico di speranza per il futuro.
L’innesto alla Canera è una tradizione che si tramanda da generazioni. Ferruccio Bossi, che ha praticato l’innesto con passione e dedizione, è stato uno dei principali artefici di questa pratica nei nostri prati. Certamente, anche altri prima di lui avevano applicato questa tecnica, ma fu lui a farlo con una costanza e una saggezza che oggi ricordiamo con affetto. Utilizzava il muschio per mantenere l’umidità e la plastica delle vecchie pellicole fotografiche al posto del mastice e del bendaflex che usiamo noi.
Era da qualche tempo che cercavo di capire meglio la pratica dell’innesto. Mi incuriosiva il modo in cui le piante potessero essere combinate per creare nuove varietà e migliorare i frutti. E così, un po’ per passione e un po’ per desiderio di imparare, ho cominciato a osservare più da vicino gli alberi da frutto nei prati della Canera. Ogni ramo, ogni fioritura, ogni potatura mi raccontava una storia di cura e di pazienza. La curiosità cresceva, alimentata dalla voglia di comprendere i segreti che si nascondono dietro a questa arte antica.
Un giorno, osservando gli alberi più vecchi, ho notato qualcosa di curioso: delle spine alla base dei nespoli. Inizialmente non capivo il motivo, ma sfogliando un numero della rivista *Vita in campagna*, ho scoperto che il biancospino è un ottimo portainnesto per i nespoli. In quel momento, tutto mi è sembrato più chiaro: Ferruccio, con il suo sapere, aveva sicuramente una conoscenza approfondita della terra. È un peccato non aver avuto più tempo per imparare direttamente da lui.
Oggi, io e il papà ci siamo dedicati all’innesto di alcune piante da frutto nei prati della Canera. Abbiamo scelto un pero, un melo e tre ciliegi, piante che a prima vista non sembrano ancora innestate. La nostra giornata è iniziata vicino al campo delle patate, dove abbiamo tentato l’innesto su un pero utilizzando marze di pero Williams, raccolte dalle potature di un albero di Vespolate. La teoria, che abbiamo appreso durante il corso di potatura e innesto a Soriso lo scorso marzo, è chiara: uno prepara le marze, l’altro taglia a spacco, poi si apre il ramo e si inserisce la marza, facendo attenzione che il cambio combaci perfettamente. Poi, mastice e bendaflex, e si spera nel buon esito del lavoro. Incrociamo le dita, ma siamo fiduciosi, perché il nostro impegno è guidato da una tradizione che ci è stata tramandata.
Sempre durante il corso, abbiamo recuperato delle marze di Belfiore, una varietà di mele che abbiamo innestato su un melo che da anni non produceva più frutti. Lo scorso anno avevamo lasciato appositamente le tre branche principali, per poterle innestare quest’anno. L’innesto, in questo caso, è stato a corona: un ramo con la varietà Belfiore, un altro con la Grigia di Torriana (le cui marze sono state coltivate alla Canera) e un terzo con entrambe le varietà, sperando in una buona resa.
Per i ciliegi, invece, i portainnesti sono sicuramente franchi. Sono stati trapiantati dal nonno, che aveva recuperato delle piantine da seme da Sauslet, e su di essi abbiamo praticato innesti a spacco e a corona, con la speranza che diano vita a piante robuste e produttive.
La teoria c’è, la pratica può sempre essere perfezionata, ma siamo fiduciosi. Il risultato? Lo scopriremo con il tempo, ma siamo convinti che la terra non tradisce mai chi la rispetta e la cura con amore.
Durante la giornata, siamo stati accompagnati da alcune persone care che hanno reso il lavoro ancora più piacevole. Giulia e la mamma ci hanno osservato con curiosità, raccogliendo qua e là qualche primula, mentre Andrea, Sara e il piccolo Lorenzo sono venuti a trovarci. Mentre Sara e Lorenzo si sono goduti la calda giornata nei prati della Canera, Andrea si è messo subito al lavoro, aiutandoci a pulire i rami potati e a applicare il mastice e il bendaflex. È stato bello condividere questi momenti di fatica e di soddisfazione, con il sostegno di chi ci vuole bene.
Questa giornata è stata intensa e ricca di emozioni. Siamo soddisfatti del lavoro svolto e, nonostante le incognite, guardiamo al futuro con ottimismo. Se, come speriamo, i nostri innesti daranno frutti, vi aggiorneremo con gioia, pronti a raccontarvi il risultato di una tradizione che, oggi come ieri, continua a vivere nei prati della Canera.























